XLIII

Potevo scegliere la finestra del palazzone
in cui stavo in affitto. Invece sono andata
da un’amica e mentre metteva a bollire
l’acqua per il tè ho scavalcato il cornicione.
Ha sempre avuto un ottimo balcone, pieno
di fiori freschi, forse gigli. La vita non mi ha
dato la gioia di allevare figli. Chissà
se qualcosa crescerà dalle crepe dell’asfalto.

 

 

Da: Partiture per un addio, Edicola Ediciones 2017

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Ecco perché non voterò

 

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“Guarda che se fai così poi il voto va alla maggioranza”

 

“Allora è come se te ne lavi le mani, poi non pretendere di aver voce in capitolo!”

 

Lasciatemelo dire, ne ho piene le palle di queste opinioni da supermercato. Se non condivido le regole di un gioco, se non mi piacciono i giocatori, non c’è scritto da nessuna parte che io debba parteciparvi.

“Allora lascia il paese” mi dicono. Sarei libero di disertare un’assemblea di condominio piena di stronzi che perdono tempo a biascicare scempiaggini, senza dover per forza abbandonare casa mia, mi sento di rispondere. Non vorrei scadere nella facile retorica, ma veramente voi riconoscete uno statista, un uomo degno di avere il vostro consenso, nel panorama politico attuale? Evidentemente ce ne sarà qualcuno, mi vien da dire, ma non si può preparare una cena quando hai tre chicchi di riso in un sacco di sassi.

Votare un mentecatto o un quasi accettabile figuro è come consegnare al suddetto mentecatto, al meno peggio, le chiavi di casa, la password del conto in banca, la mano del proprio figlio. Significa che il suddetto mentecatto ti rappresenta, ed io non ho nessuna intenzione di farmi rappresentare da un mentecatto. Certo alcuni risultano simpatici, ci fanno anche ridere, ma ricordiamoci che nella vita non fanno i comici.

Scegliere di non partecipare non è affatto una non scelta, bensì una scelta con tutta la dignità del caso.

“Vai e pasticcia tutto” mi dicono. Ma io non voglio andare a pasticciare tutto, mettere delle fette di bresaola nella scheda. Io non voglio andare e basta. C’è una bella differenza. E non è che non voglio andare perché ho in programma un week end in Valtellina per sfondarmi di Braulio o qualcos’altro di meglio da fare.

Se fai una festa e non si presenta nessuno, il padrone di casa dovrà farsi qualche domanda. Forse ho un alito fetente, si chiederà, o mi puzzano i piedi. Forse casa mia è poco accogliente, forse sarà meglio che compro qualcosa di buono per i miei ospiti e non la solita birraccia del discount e tre fette di spalla di prosciutto.

Io sono stufo di andare a feste di merda. Sono stufo di avere a che fare con gente che mi dice una cosa e ne fa un’altra. Non se lo ricorda nessuno ma tra le priorità per far funzionare questo paese c’era l’emergenza di una legge elettorale per la quale ci avevano detto di sostenere un governo che ha fatto tutto tranne che darci uno strumento consono per permettere ad un esecutivo di governare.

Ho votato contro, a favore, ho votato per grandi ideali e per obiettivi singoli e non ne posso più. E dopo più di venti anni da quando ho acquisito questo diritto, mi ritrovo non solo le stesse facce orribili ma anche le idee orribili di un passato orribile che si ripropone come innovativo.

Quindi mi si chiede davvero di andare alle urne senza strumenti adeguati, con una scelta di rappresentanti di merda, che hanno idee che appartengono al secolo scorso? Non state scherzando vero?

Secondo me ho tutto il diritto di aver voce in capitolo anche se non scendo a patti con un simile baraccone, perché questa scelta ha una coerenza che quella di votare a queste condizioni non possiede.

Poi ognuno fa un po’ quel che vuole, non sto cercando d’insegnare niente a nessuno, è che non ce la faccio più ad accontentarmi e a convincermi che le scelte di un menu scadente, siano le uniche possibili.

 

 

 

Milano

 

 

Il semaforo è rosso
per darti dei baci
come le aiuole di sosta
in tangenziale.
Come l’ascensore
quando si prende
o quando tarda ad arrivare.
Sono fatte per baciarti
le tettoie quando piove
la fila agli uffici alla posta
l’acqua che bolle
in attesa della pasta.
Le scale mobili della centrale
la porta del treno che parte.
Il ritardo del cameriere
con le cose da bere.
Il bimbo che al ristorante
si gira dall’altra parte, finalmente.
La sedia il divano lo sgabello
la terrazza di ringhiera
la Bovisa, la Scighera.
È per baciarti che non riesco
a trovare una moneta
per il carrello dell’Esselunga
dell’Unes. Della Coop. Del Pam.
Dell’Upim. Della Standa.

È per consumarti le labbra
la coda infinita della mattina
in piazzale Loreto e in via Leoncavallo
il sedile di qualsiasi auto
le panchina del parco
il prato l’arco della pace.
È per baciarti
la novanta che non arriva.
La novanta che arriva.
la linea quattro quando mai la finiranno
tutti i tram
gli angoli della rotonda della Besana.
Le vetrine dei negozi
quando mi trascini in Buenos Aires
tra le barbe degli hipster.
Gli scalini del Duomo
il portico della Rinascente
e corso Como?
Corso Como anche no.
Però tutte le mattonelle del pavé
i sushi aperti di recente
ovunque.
Il cielo pieno di stelle del planetario
quando me ne sbatto di Plutone
e di Caronte e nel buio ti prendo la mano.

Non è mai stata così bella
da quando è fatta per baciarti, Milano.

 

Tratta da: Amore & Psycho, Miraggi Edizioni

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Foto di Pietro Campagna

Caro il mio Ugo

 

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Sol chi non lascia eredità d’affetti, poca gioia ha dell’urna

 

Dice Ugo Foscolo nei Sepolcri. E si può essere certamente d’accordo con lui quando sostiene che, avendo fatto qualcosa di buono in vita, ci sarà qualcuno che piangerà la nostra assenza, rendendoci meno triste il commiato. La sua tesi mi convince di meno invece quando lo stesso Foscolo, chiudendo il carme, afferma che la poesia restituisca una dimensione d’eternità ai grandi della storia, cantandone le lodi e facendo rivivere all’infinito le loro gesta, gli ideali e la figura.

Gli interrogativi che mi sono posto a questo punto sono stati due. Il primo è questo:

Sono veramente interessato all’eternità?

 

Non che mi sia sentito chiamato in causa per le mie gesta, ma davvero vivere in eterno sotto questa o altre forme è qualcosa che mi rasserena, nella quale vorrei sperare? Non stiamo dando un ruolo al tempo in una dimensione nel quale probabilmente il tempo manco esisterebbe?
Ma questi sono sostazialmente affari miei, dei quali non parlerò.

Il secondo quesito che mi sono posto, del quale invece vorrei parlare in queste righe è molto meno filosofico e più legato agli spunti Foscoliani ed è il seguente:

Può l’arte rendere eterni?

 

Ci ho pensato bene, ma davvero bene e credo che la risposta sia un inequivocabile no. Un gran bel no. Credo che non ci sia alcun dubbio su questo no, caro il mio Foscolo.

Io non ce l’ho con lei Ugo, e neanche con la sua poesia. Non vorrei sembrarle pignolo ma l’arte, così come altre gesta umane, lascia traccia di sé solo per un periodo che non si può certo chiamare eterno, dopo il quale l’oblio sarà inevitabile. E più passa il tempo, anche senza considerare misure estreme, più la traccia è sbilenca, incompleta, incomprensibile a causa inoltre dell’implacabile entropia che ci regala l’universo.

È dunque davvero interessante auspicarsi, quando si crea, quando si scrive, che la nostra arte sia duratura?

 

E pure un tiranno o un assassino possono lasciare orme significative nella storia. Il solo fatto che l’arte possa proseguire la vita, non la rende neppure uno strumento nobile.

Perciò caro Foscolo io qui vorrei dire, nel mio piccolo, che non sono d’accordo con lei, che non me ne frega niente che la poesia duri, che porti un’idea a spasso per i secoli. Anche perché la grande maggioranza dei gesti e delle idee nei secoli cambiano totalmente di significato, un conquistatore diventa un assassino e un assassino un eroe.

E se pure è dal passato che si impara, come sto facendo ora dalle sue parole, l’ideale di essere o di rendere eterni tramite la poesia mi sembra un po’ troppo presuntuoso, pure se sei Ugo Foscolo.

Da parte mia non importa che le parole si sbrìciolino, si sciolgano, si brucino. Le parole rimangono parole, anche se nessuno le ascolta.

International SLAM

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Quando andavo alle superiori, mi chiedevo come mai la scuola investisse soldi e tempo che poteva essere dedicato allo studio in attività di divertimento come le gite. Mi sembrava di fregarli tutti andando in vacanza in una città estera, stando tutto il giorno a visitare musei, chiese, a camminare per le strade, a godermela coi miei compagni.
Ho capito poi che l’esperienza formativa era proprio quella di sperimentare il gruppo, lontano da casa, in un altro ambiente, lontano dalle abitudini conosciute nel quotidiano.

Ed è quello che m’è capitato nelle due manifestazioni internazionali alle quali ho avuto la fortuna di partecipare quest’anno; a Parigi per la Slam World Cup e a Lisbona per il PortugalSLAM. L’esperienza con gli Slammer provenienti da tutto il mondo che si sono confrontati tramite la loro parola, la loro arte, il loro modo di essere, è stata come quella di una gita scolastica, una forma di condivisione apparentemente leggera ma profonda e coinvolgente. E anche stavolta m’ha sfiorato la sensazione di aver fregato qualcuno per avere avuto questa preziosa opportunità.

Portugalslam 2017

La scena internazionale mi ha chiarito il fatto che si stia sviluppando un linguaggio terzo intorno allo SLAM. Un linguaggio che parte dalla poesia detta, ma ne abbandona alcuni schemi per proporne altri di maggior efficacia. In sostanza prevale una sorta di “speech controllato” nel quale il testo è meno rivolto alla scelta della singola parola o del verso, quanto più all’efficacia di un flusso costruito per arrivare al pubblico nell’immediato. Non ho ancora capito se questa forma espressiva mi piace, anche se la cosa è abbastanza irrilevante, ma di sicuro posso dire che lo SLAM continua ad essere uno strumento di confronto coinvolgente e appassionante, dove gli artisti sono pronti ad imparare l’uno dall’altro e a sfidarsi annichilendo gli aspetti nocivi della competizione. Ed essendo il fatto di porre la poesia in competizione fonte di una delle più aspre critiche allo SLAM, questo apparente paradosso mi pare un ottimo risultato.

 

 

 

 

 

 

Leggendo Billy Collins

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A volte nella vita succede che sei talmente fortunato che riesci a incontrare uno dei tuoi maestri, anche se lui vive a New York e tu in Brianza. A volte poi hai ancora più fortuna perché questo maestro, una volta incontrato, non ti delude come spesso avviene.

Con Billy Collins, poeta statunitense, abbiamo in comune il fatto di aver smesso di fumare entrambi. Certo potete rispondermi che è una cosa un po’ debole per vantare un legame intimo con un’altra persona, ma non reagireste così se foste delle adolescenti che hanno sfiorato la sedia dove si è seduto tre settimane prima il tipo che a loro piace. Spero comunque che non siate delle adolescenti e per dirla tutta non lo sono evidentemente neanche io. Ma non divaghiamo.

Leggendo un libro di Collins, mi ha colpito questa poesia che si intitola The Best Cigarette (qui anche in versione scritta e tradotta ) che mi ha fatto venire subito voglia di scrivere qualcosa. Di scrivere la mia versione da ex fumatore. Non penso sia la migliore poesia che io abbia scritto, ma bisogna saper amare i figli anche se sono bruttini. Certo con questo non voglio dire che è una brutta poesia, anzi a lui è piaciuta. Ma forse me lo ha detto per farmi contento, pratica diffusa tra i poeti. E ci vuole poco a farmi contento. Va beh non divaghiamo di nuovo, eccola qui.

Reading B.C.

Non ricordo la primissima
forse era un emme esse al mentolo
o un toscanello italiano.
Ma, mmmmm quella della sera
e la prima del mattino
quando la bocca amara
era piena di fumo
che mischiava alla nebbia di Milano.
E quante dopo l’amore,
prima di lavarmi l’uccello.
Un giorno ne bruciai un pacchetto in poche ore
dopo aver saputo che lei
si era data ad un altro
un coglione.
Poi da studente, arrotolate nelle cartine
le sguainavo come spade.
Nei cortei di protesta
tracciavo decisi futuri
sferrando fendenti nell’aria.
Ai concerti, alle feste, ai funerali
per sfumare la tensione della morte
della vita, dei penosi giorni uguali.
E quante con gli amici, sbronzi
a contarci gli amori, le paure
a scornarci le idee.
Giovani caproni ubriachi
In cerca della sigaretta migliore
Ce ne sono molte che mi mancano
Ma non ricordo affatto la prima
E neanche l’ultima, ricordo.

Amoureux solitaires

 

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Quando ero piccolo e precisamente all’età di sette anni, mi innamorai della copertina di un’audiocassetta. Il disco si chiamava Amoreux Solitaires e la bellissima ragazza ritratta era una cantante francese di nome Liò.

Vi renderete conto che data la differenza d’età e i problemi relativi alla geografia si trattava di un amore impossibile, ma proprio questa impossibilità faceva si che la mia passione fosse molto profonda anche se relegata nel reiterato rimirare platonico quel meraviglioso viso in copertina.

Ma io ero un giovane amatore impossibile, inarrestabile e ostinato e con una passione per le donne francesi.  Così, dopo qualche anno, si presentò davanti a i miei occhi un’altra donna meravigliosa ritratta in un quadro.  Si trattava di Victorine  – scoprii solo in seguito il suo nome –  protagonista del dipinto:  “Le dejeuneur sur l’herbe” di Edouard Manet.

Quella donna incredibile non mi toglieva lo sguardo di dosso era tutta nuda e proprio non voleva smettere di guardarmi; desiderava senza ombra di dubbio che fossi anch’io dentro al quadro. Mi stava dicendo con la sola forza dello sguardo: questi due qui al mio fianco non valgono nulla, adesso mi alzo, cammino verso gli alberi laggiù e tu mi segui facendo finta di niente. Poi ti riempirò di baci.

Da allora, tutte le volte che sono stato a Parigi, non ho mai mancato di andarla a trovare e di sentirmi dire le stesse, identiche cose. Ne sono sicuro, troverò la strada nel bosco, prima o poi.

 

Amoureux solitaires

 

Il primo amore fu di carta
sopra la coperta di un’audio-
cassetta la bella cantante
di amoureux solitaires guardava
ammiccante appoggiata al mangia-
nastri. Amavo gli occhi il naso
i capelli, l’amavo anche se
conoscevo solo il suo viso.
Una passione acerba, un po’
immatura lo confesso, poi
ne venne una vera, di tela.
Faceva colazione nuda
sull’erba di Manet e senza
togliermi gli occhi di dosso
dal centro del prato pareva
dicesse: vieni, sdraiati qui
accanto a me. Posso stringere
i fianchi agli amori di carne
e sentirne il profumo, ma lo
sguardo da amante di lei era
l’invito che nel tempo non è
cambiato, mai. M’aspetta sempre
al d’Orsay. Dal primo istante so
cosa vuole, cosa pensa di noi.