XLIII

Potevo scegliere la finestra del palazzone
in cui stavo in affitto. Invece sono andata
da un’amica e mentre metteva a bollire
l’acqua per il tè ho scavalcato il cornicione.
Ha sempre avuto un ottimo balcone, pieno
di fiori freschi, forse gigli. La vita non mi ha
dato la gioia di allevare figli. Chissà
se qualcosa crescerà dalle crepe dell’asfalto.

 

 

Da: Partiture per un addio, Edicola Ediciones 2017

Partitura.copertina ok

Annunci

Milano

 

 

Il semaforo è rosso
per darti dei baci
come le aiuole di sosta
in tangenziale.
Come l’ascensore
quando si prende
o quando tarda ad arrivare.
Sono fatte per baciarti
le tettoie quando piove
la fila agli uffici alla posta
l’acqua che bolle
in attesa della pasta.
Le scale mobili della centrale
la porta del treno che parte.
Il ritardo del cameriere
con le cose da bere.
Il bimbo che al ristorante
si gira dall’altra parte, finalmente.
La sedia il divano lo sgabello
la terrazza di ringhiera
la Bovisa, la Scighera.
È per baciarti che non riesco
a trovare una moneta
per il carrello dell’Esselunga
dell’Unes. Della Coop. Del Pam.
Dell’Upim. Della Standa.

È per consumarti le labbra
la coda infinita della mattina
in piazzale Loreto e in via Leoncavallo
il sedile di qualsiasi auto
le panchina del parco
il prato l’arco della pace.
È per baciarti
la novanta che non arriva.
La novanta che arriva.
la linea quattro quando mai la finiranno
tutti i tram
gli angoli della rotonda della Besana.
Le vetrine dei negozi
quando mi trascini in Buenos Aires
tra le barbe degli hipster.
Gli scalini del Duomo
il portico della Rinascente
e corso Como?
Corso Como anche no.
Però tutte le mattonelle del pavé
i sushi aperti di recente
ovunque.
Il cielo pieno di stelle del planetario
quando me ne sbatto di Plutone
e di Caronte e nel buio ti prendo la mano.

Non è mai stata così bella
da quando è fatta per baciarti, Milano.

 

Tratta da: Amore & Psycho, Miraggi Edizioni

foto pietro campagna-2

Foto di Pietro Campagna

Caro il mio Ugo

 

il-famoso-fantozzi-chiuso-per-lutto_1421613.jpg

Sol chi non lascia eredità d’affetti, poca gioia ha dell’urna

 

Dice Ugo Foscolo nei Sepolcri. E si può essere certamente d’accordo con lui quando sostiene che, avendo fatto qualcosa di buono in vita, ci sarà qualcuno che piangerà la nostra assenza, rendendoci meno triste il commiato. La sua tesi mi convince di meno invece quando lo stesso Foscolo, chiudendo il carme, afferma che la poesia restituisca una dimensione d’eternità ai grandi della storia, cantandone le lodi e facendo rivivere all’infinito le loro gesta, gli ideali e la figura.

Gli interrogativi che mi sono posto a questo punto sono stati due. Il primo è questo:

Sono veramente interessato all’eternità?

 

Non che mi sia sentito chiamato in causa per le mie gesta, ma davvero vivere in eterno sotto questa o altre forme è qualcosa che mi rasserena, nella quale vorrei sperare? Non stiamo dando un ruolo al tempo in una dimensione nel quale probabilmente il tempo manco esisterebbe?
Ma questi sono sostazialmente affari miei, dei quali non parlerò.

Il secondo quesito che mi sono posto, del quale invece vorrei parlare in queste righe è molto meno filosofico e più legato agli spunti Foscoliani ed è il seguente:

Può l’arte rendere eterni?

 

Ci ho pensato bene, ma davvero bene e credo che la risposta sia un inequivocabile no. Un gran bel no. Credo che non ci sia alcun dubbio su questo no, caro il mio Foscolo.

Io non ce l’ho con lei Ugo, e neanche con la sua poesia. Non vorrei sembrarle pignolo ma l’arte, così come altre gesta umane, lascia traccia di sé solo per un periodo che non si può certo chiamare eterno, dopo il quale l’oblio sarà inevitabile. E più passa il tempo, anche senza considerare misure estreme, più la traccia è sbilenca, incompleta, incomprensibile a causa inoltre dell’implacabile entropia che ci regala l’universo.

È dunque davvero interessante auspicarsi, quando si crea, quando si scrive, che la nostra arte sia duratura?

 

E pure un tiranno o un assassino possono lasciare orme significative nella storia. Il solo fatto che l’arte possa proseguire la vita, non la rende neppure uno strumento nobile.

Perciò caro Foscolo io qui vorrei dire, nel mio piccolo, che non sono d’accordo con lei, che non me ne frega niente che la poesia duri, che porti un’idea a spasso per i secoli. Anche perché la grande maggioranza dei gesti e delle idee nei secoli cambiano totalmente di significato, un conquistatore diventa un assassino e un assassino un eroe.

E se pure è dal passato che si impara, come sto facendo ora dalle sue parole, l’ideale di essere o di rendere eterni tramite la poesia mi sembra un po’ troppo presuntuoso, pure se sei Ugo Foscolo.

Da parte mia non importa che le parole si sbrìciolino, si sciolgano, si brucino. Le parole rimangono parole, anche se nessuno le ascolta.

Leggendo Billy Collins

IMG-20170515-WA0002.jpg

A volte nella vita succede che sei talmente fortunato che riesci a incontrare uno dei tuoi maestri, anche se lui vive a New York e tu in Brianza. A volte poi hai ancora più fortuna perché questo maestro, una volta incontrato, non ti delude come spesso avviene.

Con Billy Collins, poeta statunitense, abbiamo in comune il fatto di aver smesso di fumare entrambi. Certo potete rispondermi che è una cosa un po’ debole per vantare un legame intimo con un’altra persona, ma non reagireste così se foste delle adolescenti che hanno sfiorato la sedia dove si è seduto tre settimane prima il tipo che a loro piace. Spero comunque che non siate delle adolescenti e per dirla tutta non lo sono evidentemente neanche io. Ma non divaghiamo.

Leggendo un libro di Collins, mi ha colpito questa poesia che si intitola The Best Cigarette (qui anche in versione scritta e tradotta ) che mi ha fatto venire subito voglia di scrivere qualcosa. Di scrivere la mia versione da ex fumatore. Non penso sia la migliore poesia che io abbia scritto, ma bisogna saper amare i figli anche se sono bruttini. Certo con questo non voglio dire che è una brutta poesia, anzi a lui è piaciuta. Ma forse me lo ha detto per farmi contento, pratica diffusa tra i poeti. E ci vuole poco a farmi contento. Va beh non divaghiamo di nuovo, eccola qui.

Reading B.C.

Non ricordo la primissima
forse era un emme esse al mentolo
o un toscanello italiano.
Ma, mmmmm quella della sera
e la prima del mattino
quando la bocca amara
era piena di fumo
che mischiava alla nebbia di Milano.
E quante dopo l’amore,
prima di lavarmi l’uccello.
Un giorno ne bruciai un pacchetto in poche ore
dopo aver saputo che lei
si era data ad un altro
un coglione.
Poi da studente, arrotolate nelle cartine
le sguainavo come spade.
Nei cortei di protesta
tracciavo decisi futuri
sferrando fendenti nell’aria.
Ai concerti, alle feste, ai funerali
per sfumare la tensione della morte
della vita, dei penosi giorni uguali.
E quante con gli amici, sbronzi
a contarci gli amori, le paure
a scornarci le idee.
Giovani caproni ubriachi
In cerca della sigaretta migliore.
Ce ne sono molte che mi mancano
Ma non ricordo affatto la prima
E neanche l’ultima, ricordo.

Amoureux solitaires

 

P_20170526_162648.jpg

Quando ero piccolo e precisamente all’età di sette anni, mi innamorai della copertina di un’audiocassetta. Il disco si chiamava Amoreux Solitaires e la bellissima ragazza ritratta era una cantante francese di nome Liò.

Vi renderete conto che data la differenza d’età e i problemi relativi alla geografia si trattava di un amore impossibile, ma proprio questa impossibilità faceva si che la mia passione fosse molto profonda anche se relegata nel reiterato rimirare platonico quel meraviglioso viso in copertina.

Ma io ero un giovane amatore impossibile, inarrestabile e ostinato e con una passione per le donne francesi.  Così, dopo qualche anno, si presentò davanti a i miei occhi un’altra donna meravigliosa ritratta in un quadro.  Si trattava di Victorine  – scoprii solo in seguito il suo nome –  protagonista del dipinto:  “Le dejeuneur sur l’herbe” di Edouard Manet.

Quella donna incredibile non mi toglieva lo sguardo di dosso era tutta nuda e proprio non voleva smettere di guardarmi; desiderava senza ombra di dubbio che fossi anch’io dentro al quadro. Mi stava dicendo con la sola forza dello sguardo: questi due qui al mio fianco non valgono nulla, adesso mi alzo, cammino verso gli alberi laggiù e tu mi segui facendo finta di niente. Poi ti riempirò di baci.

Da allora, tutte le volte che sono stato a Parigi, non ho mai mancato di andarla a trovare e di sentirmi dire le stesse, identiche cose. Ne sono sicuro, troverò la strada nel bosco, prima o poi.

 

Amoureux solitaires

 

Il primo amore fu di carta
sopra la coperta di un’audio-
cassetta la bella cantante
di amoureux solitaires guardava
ammiccante appoggiata al mangia-
nastri. Amavo gli occhi il naso
i capelli, l’amavo anche se
conoscevo solo il suo viso.
Una passione acerba, un po’
immatura lo confesso, poi
ne venne una vera, di tela.
Faceva colazione nuda
sull’erba di Manet e senza
togliermi gli occhi di dosso
dal centro del prato pareva
dicesse: vieni, sdraiati qui
accanto a me. Posso stringere
i fianchi agli amori di carne
e sentirne il profumo, ma lo
sguardo da amante di lei era
l’invito che nel tempo non è
cambiato, mai. M’aspetta sempre
al d’Orsay. Dal primo istante so
cosa vuole, cosa pensa di noi.

A lato della tomba di Oscar Wilde

 

Monsieur Papeil,

Un destino curioso l’ha portata a giacere a lato
della tomba di Oscar Wilde. Ad osservare muto
l’andirivieni di persone che ogni giorno
spendono un pensiero per lo scrittore
o sono solo curiose di vedere il suo sepolcro
stare qualche istante accanto a lui.

Monsieur Papeil,

I turisti affannati dalla salita del cimitero
cercando riparo dal sole, poggiano stanchi il loro culo
sulla sua pietra, oppure il gomito piegato a sostenere
la macchina fotografica per i sorrisi degli amici
dei parenti in posa, accanto alla tomba di Oscar Wilde.

Monsieur Papeil,

Chissà se in cuor suo si lamenta, come un condomino disperato
dalle noie del vicino, dal baccano, dal casino che lasciano
all’uscio gli ospiti del suo dirimpettaio, il Signor Wilde.
Oppure se ne sta tranquillo a pensare ai fatti suoi.

Monsieur Papeil,

Mi dispiaccio per lei, avrebbe potuto andarle meglio
quando scelse quel pezzo di terreno per le spoglie
della sua famiglia, della quale, non me ne voglia, ignoro la storia.
Qualcuno ha detto che la morte ci rende tutti uguali,
Monsieur Papeil.

Ma è la vita che ci rende diversi.
È la vita che ci ha reso mortali.

 

la-tomba-di-oscar-wilde

25 Aprile

 

 
Strage-di-Sant-Anna-di-Stazzema-5-cose-da-sapere-1000x600

Qualche anno fa sono stato a Sant’Anna di Stazzema.

Nell’agosto del 1944 i Nazisti, guidati da collaborazionisti fascisti, entrarono in paese.
Gli uomini si erano rifugiati nei boschi per non essere deportati. Le donne, i vecchi e i bambini rimasero nelle loro case sicuri che in quanto civili a loro non sarebbe capitato nulla.

Vennero uccisi in 400 e incendiati i corpi.
Con l’intento di annientare la volontà della popolazione, soggiogandola grazie al terrore. Nella piazza della chiesa furono seppelliti i cadaveri di 132 persone. Tra cui 32 Bambini.

Buon 25 aprile.

 

S. Anna di Stazzema

 

raggiunta la piazza il bruciore
diventa un fuoco e s’incendia
passeggiando nello spiazzo
dove i morti accatastati dove
soldati uncinati fino nelle coste
sventravano vite come se fossero
ostacoli al passo come erbacce
nel campo come pattume in un fosso
dal quale ancora battono il soffitto
per dire ci fummo ci siamo ci saremo
e di mancanza è pieno il borgo
il vento il bosco la panca nella quale
siedo per lasciare che il respiro calmi
se non le altre questa fiamma che ho
nel petto almeno lei almeno quella
almeno.