Caro il mio Ugo

 

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Sol chi non lascia eredità d’affetti, poca gioia ha dell’urna

 

Dice Ugo Foscolo nei Sepolcri. E si può essere certamente d’accordo con lui quando sostiene che, avendo fatto qualcosa di buono in vita, ci sarà qualcuno che piangerà la nostra assenza, rendendoci meno triste il commiato. La sua tesi mi convince di meno invece quando lo stesso Foscolo, chiudendo il carme, afferma che la poesia restituisca una dimensione d’eternità ai grandi della storia, cantandone le lodi e facendo rivivere all’infinito le loro gesta, gli ideali e la figura.

Gli interrogativi che mi sono posto a questo punto sono stati due. Il primo è questo:

Sono veramente interessato all’eternità?

 

Non che mi sia sentito chiamato in causa per le mie gesta, ma davvero vivere in eterno sotto questa o altre forme è qualcosa che mi rasserena, nella quale vorrei sperare? Non stiamo dando un ruolo al tempo in una dimensione nel quale probabilmente il tempo manco esisterebbe?
Ma questi sono sostazialmente affari miei, dei quali non parlerò.

Il secondo quesito che mi sono posto, del quale invece vorrei parlare in queste righe è molto meno filosofico e più legato agli spunti Foscoliani ed è il seguente:

Può l’arte rendere eterni?

 

Ci ho pensato bene, ma davvero bene e credo che la risposta sia un inequivocabile no. Un gran bel no. Credo che non ci sia alcun dubbio su questo no, caro il mio Foscolo.

Io non ce l’ho con lei Ugo, e neanche con la sua poesia. Non vorrei sembrarle pignolo ma l’arte, così come altre gesta umane, lascia traccia di sé solo per un periodo che non si può certo chiamare eterno, dopo il quale l’oblio sarà inevitabile. E più passa il tempo, anche senza considerare misure estreme, più la traccia è sbilenca, incompleta, incomprensibile a causa inoltre dell’implacabile entropia che ci regala l’universo.

È dunque davvero interessante auspicarsi, quando si crea, quando si scrive, che la nostra arte sia duratura?

 

E pure un tiranno o un assassino possono lasciare orme significative nella storia. Il solo fatto che l’arte possa proseguire la vita, non la rende neppure uno strumento nobile.

Perciò caro Foscolo io qui vorrei dire, nel mio piccolo, che non sono d’accordo con lei, che non me ne frega niente che la poesia duri, che porti un’idea a spasso per i secoli. Anche perché la grande maggioranza dei gesti e delle idee nei secoli cambiano totalmente di significato, un conquistatore diventa un assassino e un assassino un eroe.

E se pure è dal passato che si impara, come sto facendo ora dalle sue parole, l’ideale di essere o di rendere eterni tramite la poesia mi sembra un po’ troppo presuntuoso, pure se sei Ugo Foscolo.

Da parte mia non importa che le parole si sbrìciolino, si sciolgano, si brucino. Le parole rimangono parole, anche se nessuno le ascolta.

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International SLAM

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Quando andavo alle superiori, mi chiedevo come mai la scuola investisse soldi e tempo che poteva essere dedicato allo studio in attività di divertimento come le gite. Mi sembrava di fregarli tutti andando in vacanza in una città estera, stando tutto il giorno a visitare musei, chiese, a camminare per le strade, a godermela coi miei compagni.
Ho capito poi che l’esperienza formativa era proprio quella di sperimentare il gruppo, lontano da casa, in un altro ambiente, lontano dalle abitudini conosciute nel quotidiano.

Ed è quello che m’è capitato nelle due manifestazioni internazionali alle quali ho avuto la fortuna di partecipare quest’anno; a Parigi per la Slam World Cup e a Lisbona per il PortugalSLAM. L’esperienza con gli Slammer provenienti da tutto il mondo che si sono confrontati tramite la loro parola, la loro arte, il loro modo di essere, è stata come quella di una gita scolastica, una forma di condivisione apparentemente leggera ma profonda e coinvolgente. E anche stavolta m’ha sfiorato la sensazione di aver fregato qualcuno per avere avuto questa preziosa opportunità.

Portugalslam 2017

La scena internazionale mi ha chiarito il fatto che si stia sviluppando un linguaggio terzo intorno allo SLAM. Un linguaggio che parte dalla poesia detta, ma ne abbandona alcuni schemi per proporne altri di maggior efficacia. In sostanza prevale una sorta di “speech controllato” nel quale il testo è meno rivolto alla scelta della singola parola o del verso, quanto più all’efficacia di un flusso costruito per arrivare al pubblico nell’immediato. Non ho ancora capito se questa forma espressiva mi piace, anche se la cosa è abbastanza irrilevante, ma di sicuro posso dire che lo SLAM continua ad essere uno strumento di confronto coinvolgente e appassionante, dove gli artisti sono pronti ad imparare l’uno dall’altro e a sfidarsi annichilendo gli aspetti nocivi della competizione. Ed essendo il fatto di porre la poesia in competizione fonte di una delle più aspre critiche allo SLAM, questo apparente paradosso mi pare un ottimo risultato.