Jam Pavone & i Pearl Rita

 

 

 

Cara Rita Pavone,

non mi sei mai piaciuta. Posso dirlo o per farlo devo essere nato a Torino?
O basta essere del Piemonte? Comunque io sono del nord quindi penso che qualcosa avrò il diritto di dirla.

Rita, non mi sei mai piaciuta, proprio mai e adesso non mi piaci ancora di più. Non mi è mai piaciuto il tuo atteggiamento da cantante sprint che pensa d’essere sempre giovane, non mi è mai piaciuta la tua schiettezza, la tua vitalità, non mi è mai piaciuto manco Teddy Reno.

Le tue canzoni, col tempo, sono rimaste quello che erano: canzonette leggere e innocue. E adesso che hai detto una stronzata grossa come la tristezza che avvolge il tuo personaggio volevo proprio dirtelo in faccia che non mi piaci.

Volevo anche spiegarti due cose che alla tua età dovresti sapere. Ma proprio due eh. Un artista ha tra tutti i diritti, il diritto di esprimersi; ti parrà strano, ma è così. Cioè credo che tu lo sappia, ma presumo che pensi valga solo quando a esprimerti sei tu.

Ha anche – ascolta bene- il diritto di prendere una posizione. E a volte non solo esercita l’espressione di sé come un diritto ma anche come un dovere. Questo poi è molto strano eh, il fatto che un artista senta un dovere. Ma non stupirti troppo Rita, non esistono solo gli artisti di regime, esistono altri artisti che si confrontano in libertà.

Se hai un foglietto però, questo segnatelo, Rita.

 

L’arte poi, per sua natura, tende all’universalità. Cioè ti parrà incredibile, ma cerca di superare i confini politici come quello degli stati, della differenza etnica e di tutta un’altra serie di limiti che non le appaiono come tali.  Quindi un artista non si sente italiano, svizzero o marocchino quando esprime un’opinione sui diritti umani.

Cioè a volte può capitare che si senta nero, frocio ed ebreo nello stesso tempo, una condizione che  racchiude una grande potenza emotiva ed espressiva non trovi? Ma questo per te forse è un po’ troppo.

Ecco Rita, questa cosa del “fatevi i cazzi vostri” la potevi forse dire a un politico straniero, ma forse eh. Ma non la puoi dire ad un artista. O meglio, certo che la puoi dire, ma stai dicendo una stronzata, stai esprimendo un pensiero piccolo piccolo. Ma piccolo.

Questa cosa del “pensate ai vostri di problemi invece che parlare dei nostri” la potevi forse dire ad un politico, ma forse eh. Ma non la puoi dire ad un artista che pensa che i diritti umani sono pur sempre cazzi suoi.

O meglio la puoi dire; puoi dire il cazzo che vuoi Rita.

 

 

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Ecco perché non voterò

 

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“Guarda che se fai così poi il voto va alla maggioranza”

 

“Allora è come se te ne lavi le mani, poi non pretendere di aver voce in capitolo!”

 

Lasciatemelo dire, ne ho piene le palle di queste opinioni da supermercato. Se non condivido le regole di un gioco, se non mi piacciono i giocatori, non c’è scritto da nessuna parte che io debba parteciparvi.

“Allora lascia il paese” mi dicono. Sarei libero di disertare un’assemblea di condominio piena di stronzi che perdono tempo a biascicare scempiaggini, senza dover per forza abbandonare casa mia, mi sento di rispondere. Non vorrei scadere nella facile retorica, ma veramente voi riconoscete uno statista, un uomo degno di avere il vostro consenso, nel panorama politico attuale? Evidentemente ce ne sarà qualcuno, mi vien da dire, ma non si può preparare una cena quando hai tre chicchi di riso in un sacco di sassi.

Votare un mentecatto o un quasi accettabile figuro è come consegnare al suddetto mentecatto, al meno peggio, le chiavi di casa, la password del conto in banca, la mano del proprio figlio. Significa che il suddetto mentecatto ti rappresenta, ed io non ho nessuna intenzione di farmi rappresentare da un mentecatto. Certo alcuni risultano simpatici, ci fanno anche ridere, ma ricordiamoci che nella vita non fanno i comici.

Scegliere di non partecipare non è affatto una non scelta, bensì una scelta con tutta la dignità del caso.

“Vai e pasticcia tutto” mi dicono. Ma io non voglio andare a pasticciare tutto, mettere delle fette di bresaola nella scheda. Io non voglio andare e basta. C’è una bella differenza. E non è che non voglio andare perché ho in programma un week end in Valtellina per sfondarmi di Braulio o qualcos’altro di meglio da fare.

Se fai una festa e non si presenta nessuno, il padrone di casa dovrà farsi qualche domanda. Forse ho un alito fetente, si chiederà, o mi puzzano i piedi. Forse casa mia è poco accogliente, forse sarà meglio che compro qualcosa di buono per i miei ospiti e non la solita birraccia del discount e tre fette di spalla di prosciutto.

Io sono stufo di andare a feste di merda. Sono stufo di avere a che fare con gente che mi dice una cosa e ne fa un’altra. Non se lo ricorda nessuno ma tra le priorità per far funzionare questo paese c’era l’emergenza di una legge elettorale per la quale ci avevano detto di sostenere un governo che ha fatto tutto tranne che darci uno strumento consono per permettere ad un esecutivo di governare.

Ho votato contro, a favore, ho votato per grandi ideali e per obiettivi singoli e non ne posso più. E dopo più di venti anni da quando ho acquisito questo diritto, mi ritrovo non solo le stesse facce orribili ma anche le idee orribili di un passato orribile che si ripropone come innovativo.

Quindi mi si chiede davvero di andare alle urne senza strumenti adeguati, con una scelta di rappresentanti di merda, che hanno idee che appartengono al secolo scorso? Non state scherzando vero?

Secondo me ho tutto il diritto di aver voce in capitolo anche se non scendo a patti con un simile baraccone, perché questa scelta ha una coerenza che quella di votare a queste condizioni non possiede.

Poi ognuno fa un po’ quel che vuole, non sto cercando d’insegnare niente a nessuno, è che non ce la faccio più ad accontentarmi e a convincermi che le scelte di un menu scadente, siano le uniche possibili.

 

 

 

Caro il mio Ugo

 

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Sol chi non lascia eredità d’affetti, poca gioia ha dell’urna

 

Dice Ugo Foscolo nei Sepolcri. E si può essere certamente d’accordo con lui quando sostiene che, avendo fatto qualcosa di buono in vita, ci sarà qualcuno che piangerà la nostra assenza, rendendoci meno triste il commiato. La sua tesi mi convince di meno invece quando lo stesso Foscolo, chiudendo il carme, afferma che la poesia restituisca una dimensione d’eternità ai grandi della storia, cantandone le lodi e facendo rivivere all’infinito le loro gesta, gli ideali e la figura.

Gli interrogativi che mi sono posto a questo punto sono stati due. Il primo è questo:

Sono veramente interessato all’eternità?

 

Non che mi sia sentito chiamato in causa per le mie gesta, ma davvero vivere in eterno sotto questa o altre forme è qualcosa che mi rasserena, nella quale vorrei sperare? Non stiamo dando un ruolo al tempo in una dimensione nel quale probabilmente il tempo manco esisterebbe?
Ma questi sono sostazialmente affari miei, dei quali non parlerò.

Il secondo quesito che mi sono posto, del quale invece vorrei parlare in queste righe è molto meno filosofico e più legato agli spunti Foscoliani ed è il seguente:

Può l’arte rendere eterni?

 

Ci ho pensato bene, ma davvero bene e credo che la risposta sia un inequivocabile no. Un gran bel no. Credo che non ci sia alcun dubbio su questo no, caro il mio Foscolo.

Io non ce l’ho con lei Ugo, e neanche con la sua poesia. Non vorrei sembrarle pignolo ma l’arte, così come altre gesta umane, lascia traccia di sé solo per un periodo che non si può certo chiamare eterno, dopo il quale l’oblio sarà inevitabile. E più passa il tempo, anche senza considerare misure estreme, più la traccia è sbilenca, incompleta, incomprensibile a causa inoltre dell’implacabile entropia che ci regala l’universo.

È dunque davvero interessante auspicarsi, quando si crea, quando si scrive, che la nostra arte sia duratura?

 

E pure un tiranno o un assassino possono lasciare orme significative nella storia. Il solo fatto che l’arte possa proseguire la vita, non la rende neppure uno strumento nobile.

Perciò caro Foscolo io qui vorrei dire, nel mio piccolo, che non sono d’accordo con lei, che non me ne frega niente che la poesia duri, che porti un’idea a spasso per i secoli. Anche perché la grande maggioranza dei gesti e delle idee nei secoli cambiano totalmente di significato, un conquistatore diventa un assassino e un assassino un eroe.

E se pure è dal passato che si impara, come sto facendo ora dalle sue parole, l’ideale di essere o di rendere eterni tramite la poesia mi sembra un po’ troppo presuntuoso, pure se sei Ugo Foscolo.

Da parte mia non importa che le parole si sbrìciolino, si sciolgano, si brucino. Le parole rimangono parole, anche se nessuno le ascolta.

International SLAM

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Quando andavo alle superiori, mi chiedevo come mai la scuola investisse soldi e tempo che poteva essere dedicato allo studio in attività di divertimento come le gite. Mi sembrava di fregarli tutti andando in vacanza in una città estera, stando tutto il giorno a visitare musei, chiese, a camminare per le strade, a godermela coi miei compagni.
Ho capito poi che l’esperienza formativa era proprio quella di sperimentare il gruppo, lontano da casa, in un altro ambiente, lontano dalle abitudini conosciute nel quotidiano.

Ed è quello che m’è capitato nelle due manifestazioni internazionali alle quali ho avuto la fortuna di partecipare quest’anno; a Parigi per la Slam World Cup e a Lisbona per il PortugalSLAM. L’esperienza con gli Slammer provenienti da tutto il mondo che si sono confrontati tramite la loro parola, la loro arte, il loro modo di essere, è stata come quella di una gita scolastica, una forma di condivisione apparentemente leggera ma profonda e coinvolgente. E anche stavolta m’ha sfiorato la sensazione di aver fregato qualcuno per avere avuto questa preziosa opportunità.

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La scena internazionale mi ha chiarito il fatto che si stia sviluppando un linguaggio terzo intorno allo SLAM. Un linguaggio che parte dalla poesia detta, ma ne abbandona alcuni schemi per proporne altri di maggior efficacia. In sostanza prevale una sorta di “speech controllato” nel quale il testo è meno rivolto alla scelta della singola parola o del verso, quanto più all’efficacia di un flusso costruito per arrivare al pubblico nell’immediato. Non ho ancora capito se questa forma espressiva mi piace, anche se la cosa è abbastanza irrilevante, ma di sicuro posso dire che lo SLAM continua ad essere uno strumento di confronto coinvolgente e appassionante, dove gli artisti sono pronti ad imparare l’uno dall’altro e a sfidarsi annichilendo gli aspetti nocivi della competizione. Ed essendo il fatto di porre la poesia in competizione fonte di una delle più aspre critiche allo SLAM, questo apparente paradosso mi pare un ottimo risultato.

 

 

 

 

 

 

MACAOpoetrySLAM: presente e futuro

 

Io e Davide Scarty Doc ci eravamo detti più volte che era giunto il momento di proporre un torneo di poetry slam a Milano. Pensavamo fosse fico collaborare con Macao e organizzare un evento che potesse dare visibilità alle differenti voci attive nel panorama della poesia orale incontrate nel nostro cammino.

Abbiamo invitato alcuni poeti e proposto un bando per sceglierne altri. La selezione finale degli slammer è stata pensata cercando di proporre al pubblico la scelta più ampia possibile tra generazioni differenti, sesso, tipi di scrittura, temi affrontati.

24 poeti provenienti da tutta Italia hanno condiviso i loro testi e le loro voci col pubblico accettando lo scomodo meccanismo della votazione, partecipando ad un gioco nel quale abbiamo deciso di premiare “il primo” e “l’ultimo” classificato con l’intento di dare un segnale chiaro contro la competizione e a favore del gioco.

La risposta è stata entusiasmante da subito; dagli invitati, dalle richieste di partecipazione ricevute, dal pubblico.

E ora possiamo dire senza ombra di dubbio che è stato un successo!

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Un’affluenza rara per un incontro di poesia auto prodotto, senza Festival o budget alle spalle; tre gare con una media di centosessanta persone ad evento ed una finale con più di duecento spettatori.

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I numeri non servono per tirarcela ma per capire che oggi è davvero possibile raccogliere una partecipazione entusiasta e coinvolgente attorno ad un evento di poesia. Si perché stiamo parlando di poesia. Non di un concerto o di uno spettacolo teatrale ma di un evento di poesia.

Volevamo dunque avvisarvi che non ci fermeremo qui!

 

Lavoreremo presto alla prossima stagione e potrete seguire gli sviluppi e il nuovo bando per partecipare sulla pagina di MACAOpoetrySLAM

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Facciamo dunque i dovuti ringraziamenti a tutti i poeti che ci hanno regalato le loro voci:

Ada Crippa, Eugenia Galli, Sergio Garau, Barbara Giuliani, Emanuele Ingrosso, Marko Miladinovic, Simone Savogin, Gianmarco Tricarico, Filippo Balestra, Arsenio Bravuomo, Alessandro Burbank, Francesca Gironi, Rebecca Maslowsky, Piero Negri, Alfonso Maria Petrosino, Enrico Pittaluga, Lorenzo Bartolini, Luca Bassi Andreasi, Matteo Di Genova, Andrea Fabiani, Mario Andrea Frighi, Davide Galipò, Francesca Pels, Ciccio Rigoli.

Un grazie a Manuela Casiraghi di Macao per avere creduto da subito al progetto, ad Andrea Piazza, impareggiabile notaio scelto a caso dal pubblico ad ogni appuntamento, ad Alberto Brevi per aver documentato l’evento con le sue fotografie e alla LIPS, la lega italiana poetry slam.

Agli sponsor che ci hanno egregiamente sostenuto:

SLAMcoworking

il primo Coworking di Milano dedicato all’editoria e allo spettacolo che ha messo a disposizione il premio per il primo classificato e per tutti i finalisti: un carnet di ingressi per utilizzare la scrivania, gli spazi e tutti i servizi connessi.

Minamoro

Mina gira per la città con la sua bicicletta per portare torte e dolci; offrendo il “biscottone”, fatto con l’impasto di venti biscotti, ha fatto felici gli “ultimi” classificati, o per meglio dire i poeti che non hanno conquistato il favore della giuria della serata.

Santeria Paladini 8

Che ha organizzato il Santeria open mic + secret guest, una serata di microfono aperto che ha ospitato uno dei poeta  in gara , la sera dopo ogni Slam di Macao, fornendo l’occasione di un reading agli slammer venuti da lontano per far conoscere la loro voce oltre i 3 minuti a turno previsti dalla gara.

Ci vediamo l’anno prossimo!

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Mi piacerebbe dirvi una cosina

 

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Volevo dirvi una cosa.

Bisogna che la dica a qualcuno perché quando mi capitano delle cose belle poi sono cosi contento che devo dirle a tutti. Vi confesso che a volte questa attitudine può rappresentare un problema, ma del resto bisogna imparare ad accettarsi quando non si riesce a migliorarsi.

Sono stato invitato al Festival Internazionale di poesia di Barcellona e questa è una cosa davvero molto bellissima. Molto, molto bellissima.
È andata così: io ho mandato una mail molto gentile agli organizzatori con scritto: m’invitate?
E loro mi hanno risposto: si ti invitiamo.
Vi giuro, è andata così.

Il 16 maggio dunque, leggerò nel Palau della Musica che è un posto che se andassi al botteghino per fare il biglietto per entrare non mi ci farebbero mica entrare!

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Poi però ho scoperto un’altra cosa.

Ho scoperto che non ci sono tanti poeti invitati come immaginavo per un posto del genere; siamo solo in cinque. E poi ho scoperto che tra quei cinque ci sono solo due uomini. E infine ho scoperto che uno di questi due uomini è Billy Collins. Cioè Billy Collins. Salirò su un palco a leggere con Billy Collins.

Chi cazzo è Billy Collins?

 

La domanda è più che legittima per chi non si occupa di poesia, tanto più per chi non legge poesia moderna. Ma cercherò di spiegarvi come come mi sento, con delle similitudini:

Salire su un palco con Billy Collins è come per un fan dei film trash anni ottanta ricevere un invito a cena da Jerry Calà, è come se uno stercorario trovasse una cacca enorme nel prato, come fare l’amore con la pornostar che ha illuminato la tua adolescenza, fare una cantatina con Jim Morrison, una cannetta con Bob Marley, una biciclettata con Pantani, una strimpellata con Sting, la settimana enigmistica con Stephen Hawkings.

Insomma gli farò firmare un suo libro facendo finta che è per un mio amico, e quando mi chiederà il suo nome gli dirò: Paolo Agrati. Con la faccia più scema che ho.

Mario Luzi e il Poetry Slam

 

Mario Luzi non vincerebbe mai un Poetry Slam e nemmeno Montale e nemmeno Sereni. Pare che non lo vincerebbe nemmeno Saba.

E questa affermazione che cosa cazzo mai vorrà dire?

 
Luzi non lo vincerebbe mai un Poetry slam perché ascoltare Luzi era (ed è) soporifero. Coinvolgente come un Karaoke di musica Birmana. Luzi che legge è di una noia mortale, è come un film nordcoreano su Pulgasari.

Ognuno del resto fa quello che è capace di fare. Leggetelo Luzi, ma non ascoltatelo mai. A meno che non soffriate di insonnia.

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Proporre quest’idea per sminuire il Poetry Slam è una scempiaggine. Affermazioni di questo tipo dimostrano che chi le fa non sa cosa sia uno Slam o non ne ha proprio capito il senso.

Vi dirò un segreto; il Poetry Slam non si propone di trovare e individuare il miglior poeta in circolazione. Si propone di diffondere poesia orale, di sperimentare la voce, il corpo e la voglia di mettersi in gioco, di mettere l’opera del poeta alla mercé di chiunque, di avvicinare il linguaggio a quello di chi ascolta, di trovare nuovi lettori. Cosa che l’accademia non riesce a fare.

Certo si rischia di essere votati da un mentecatto, da uno che di poesia non ne sa nulla. Ma fa così tanta paura?

Ed è sempre necessario essere eruditi per godere di una poesia?

 
Conosco molta gente che non sa perdere, altra che non sa giocare o inorridisce al solo pensiero che la poesia possa essere associata al gioco. Si rischia, vi dirò, di incontrare una voce affine che non per forza è tra i vincitori, si rischia addirittura di appassionarsi alla poesia.

Il Poetry Slam non è la risposta alla domanda di poesia.

 
È una delle risposte. E chi non lo riesce a vedere come tale non è in grado di comprendere che semplicemente sono molte le risposte che si possono dare ad una domanda.

Se non hai voce, se non sai usare il tuo corpo, se non hai capito che il senso di questi incontri non è quello di vincere, non resta che non partecipare. Il mondo è pieno di occasioni per leggere le proprie cose, di strumenti per diffondere la poesia e fortunatamente non tutti con la puzza sotto al naso.

C’è da dire che se la gara fosse intesa nella sua forma più abbietta, non creerebbe vincitori ma una schiera di perdenti. Ci sono molti modi però per intendere una competizione. E di fatto lo Slam cerca di ridurne al minimo i meccanismi. Il voto del pubblico riporta il poeta tra il pubblico, tra i lettori che mancano; certo non è uno strumento perfetto, ma personalmente di strumenti perfetti non ne ho ancora conosciuti, ne ho conosciuti solo di migliorabili. E la mediocrità non è una prerogativa di chi costruisce poesia orale, è bensì una costante trasversale.

Le scelte che può fare uno scrittore sono diverse, molte con piena dignità. Togliere la dignità alla scelta che non si vuole comprendere è però l’unica che non mi sento di sostenere.

NB:  Giuseppe Ungaretti, per esempio, lo vincerebbe un poetry slam, e non solo secondo me.

 farò da guida alla felicità

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