Milano

 

 

Il semaforo è rosso
per darti dei baci
come le aiuole di sosta
in tangenziale.
Come l’ascensore
quando si prende
o quando tarda ad arrivare.
Sono fatte per baciarti
le tettoie quando piove
la fila agli uffici alla posta
l’acqua che bolle
in attesa della pasta.
Le scale mobili della centrale
la porta del treno che parte.
Il ritardo del cameriere
con le cose da bere.
Il bimbo che al ristorante
si gira dall’altra parte, finalmente.
La sedia il divano lo sgabello
la terrazza di ringhiera
la Bovisa, la Scighera.
È per baciarti che non riesco
a trovare una moneta
per il carrello dell’Esselunga
dell’Unes. Della Coop. Del Pam.
Dell’Upim. Della Standa.

È per consumarti le labbra
la coda infinita della mattina
in piazzale Loreto e in via Leoncavallo
il sedile di qualsiasi auto
le panchina del parco
il prato l’arco della pace.
È per baciarti
la novanta che non arriva.
La novanta che arriva.
la linea quattro quando mai la finiranno
tutti i tram
gli angoli della rotonda della Besana.
Le vetrine dei negozi
quando mi trascini in Buenos Aires
tra le barbe degli hipster.
Gli scalini del Duomo
il portico della Rinascente
e corso Como?
Corso Como anche no.
Però tutte le mattonelle del pavé
i sushi aperti di recente
ovunque.
Il cielo pieno di stelle del planetario
quando me ne sbatto di Plutone
e di Caronte e nel buio ti prendo la mano.

Non è mai stata così bella
da quando è fatta per baciarti, Milano.

 

Tratta da: Amore & Psycho, Miraggi Edizioni

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Foto di Pietro Campagna

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Caro il mio Ugo

 

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Sol chi non lascia eredità d’affetti, poca gioia ha dell’urna

 

Dice Ugo Foscolo nei Sepolcri. E si può essere certamente d’accordo con lui quando sostiene che, avendo fatto qualcosa di buono in vita, ci sarà qualcuno che piangerà la nostra assenza, rendendoci meno triste il commiato. La sua tesi mi convince di meno invece quando lo stesso Foscolo, chiudendo il carme, afferma che la poesia restituisca una dimensione d’eternità ai grandi della storia, cantandone le lodi e facendo rivivere all’infinito le loro gesta, gli ideali e la figura.

Gli interrogativi che mi sono posto a questo punto sono stati due. Il primo è questo:

Sono veramente interessato all’eternità?

 

Non che mi sia sentito chiamato in causa per le mie gesta, ma davvero vivere in eterno sotto questa o altre forme è qualcosa che mi rasserena, nella quale vorrei sperare? Non stiamo dando un ruolo al tempo in una dimensione nel quale probabilmente il tempo manco esisterebbe?
Ma questi sono sostazialmente affari miei, dei quali non parlerò.

Il secondo quesito che mi sono posto, del quale invece vorrei parlare in queste righe è molto meno filosofico e più legato agli spunti Foscoliani ed è il seguente:

Può l’arte rendere eterni?

 

Ci ho pensato bene, ma davvero bene e credo che la risposta sia un inequivocabile no. Un gran bel no. Credo che non ci sia alcun dubbio su questo no, caro il mio Foscolo.

Io non ce l’ho con lei Ugo, e neanche con la sua poesia. Non vorrei sembrarle pignolo ma l’arte, così come altre gesta umane, lascia traccia di sé solo per un periodo che non si può certo chiamare eterno, dopo il quale l’oblio sarà inevitabile. E più passa il tempo, anche senza considerare misure estreme, più la traccia è sbilenca, incompleta, incomprensibile a causa inoltre dell’implacabile entropia che ci regala l’universo.

È dunque davvero interessante auspicarsi, quando si crea, quando si scrive, che la nostra arte sia duratura?

 

E pure un tiranno o un assassino possono lasciare orme significative nella storia. Il solo fatto che l’arte possa proseguire la vita, non la rende neppure uno strumento nobile.

Perciò caro Foscolo io qui vorrei dire, nel mio piccolo, che non sono d’accordo con lei, che non me ne frega niente che la poesia duri, che porti un’idea a spasso per i secoli. Anche perché la grande maggioranza dei gesti e delle idee nei secoli cambiano totalmente di significato, un conquistatore diventa un assassino e un assassino un eroe.

E se pure è dal passato che si impara, come sto facendo ora dalle sue parole, l’ideale di essere o di rendere eterni tramite la poesia mi sembra un po’ troppo presuntuoso, pure se sei Ugo Foscolo.

Da parte mia non importa che le parole si sbrìciolino, si sciolgano, si brucino. Le parole rimangono parole, anche se nessuno le ascolta.

International SLAM

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Quando andavo alle superiori, mi chiedevo come mai la scuola investisse soldi e tempo che poteva essere dedicato allo studio in attività di divertimento come le gite. Mi sembrava di fregarli tutti andando in vacanza in una città estera, stando tutto il giorno a visitare musei, chiese, a camminare per le strade, a godermela coi miei compagni.
Ho capito poi che l’esperienza formativa era proprio quella di sperimentare il gruppo, lontano da casa, in un altro ambiente, lontano dalle abitudini conosciute nel quotidiano.

Ed è quello che m’è capitato nelle due manifestazioni internazionali alle quali ho avuto la fortuna di partecipare quest’anno; a Parigi per la Slam World Cup e a Lisbona per il PortugalSLAM. L’esperienza con gli Slammer provenienti da tutto il mondo che si sono confrontati tramite la loro parola, la loro arte, il loro modo di essere, è stata come quella di una gita scolastica, una forma di condivisione apparentemente leggera ma profonda e coinvolgente. E anche stavolta m’ha sfiorato la sensazione di aver fregato qualcuno per avere avuto questa preziosa opportunità.

Portugalslam 2017

La scena internazionale mi ha chiarito il fatto che si stia sviluppando un linguaggio terzo intorno allo SLAM. Un linguaggio che parte dalla poesia detta, ma ne abbandona alcuni schemi per proporne altri di maggior efficacia. In sostanza prevale una sorta di “speech controllato” nel quale il testo è meno rivolto alla scelta della singola parola o del verso, quanto più all’efficacia di un flusso costruito per arrivare al pubblico nell’immediato. Non ho ancora capito se questa forma espressiva mi piace, anche se la cosa è abbastanza irrilevante, ma di sicuro posso dire che lo SLAM continua ad essere uno strumento di confronto coinvolgente e appassionante, dove gli artisti sono pronti ad imparare l’uno dall’altro e a sfidarsi annichilendo gli aspetti nocivi della competizione. Ed essendo il fatto di porre la poesia in competizione fonte di una delle più aspre critiche allo SLAM, questo apparente paradosso mi pare un ottimo risultato.

 

 

 

 

 

 

Leggendo Billy Collins

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A volte nella vita succede che sei talmente fortunato che riesci a incontrare uno dei tuoi maestri, anche se lui vive a New York e tu in Brianza. A volte poi hai ancora più fortuna perché questo maestro, una volta incontrato, non ti delude come spesso avviene.

Con Billy Collins, poeta statunitense, abbiamo in comune il fatto di aver smesso di fumare entrambi. Certo potete rispondermi che è una cosa un po’ debole per vantare un legame intimo con un’altra persona, ma non reagireste così se foste delle adolescenti che hanno sfiorato la sedia dove si è seduto tre settimane prima il tipo che a loro piace. Spero comunque che non siate delle adolescenti e per dirla tutta non lo sono evidentemente neanche io. Ma non divaghiamo.

Leggendo un libro di Collins, mi ha colpito questa poesia che si intitola The Best Cigarette (qui anche in versione scritta e tradotta ) che mi ha fatto venire subito voglia di scrivere qualcosa. Di scrivere la mia versione da ex fumatore. Non penso sia la migliore poesia che io abbia scritto, ma bisogna saper amare i figli anche se sono bruttini. Certo con questo non voglio dire che è una brutta poesia, anzi a lui è piaciuta. Ma forse me lo ha detto per farmi contento, pratica diffusa tra i poeti. E ci vuole poco a farmi contento. Va beh non divaghiamo di nuovo, eccola qui.

Reading B.C.

Non ricordo la primissima
forse era un emme esse al mentolo
o un toscanello italiano.
Ma, mmmmm quella della sera
e la prima del mattino
quando la bocca amara
era piena di fumo
che mischiava alla nebbia di Milano.
E quante dopo l’amore,
prima di lavarmi l’uccello.
Un giorno ne bruciai un pacchetto in poche ore
dopo aver saputo che lei
si era data ad un altro
un coglione.
Poi da studente, arrotolate nelle cartine
le sguainavo come spade.
Nei cortei di protesta
tracciavo decisi futuri
sferrando fendenti nell’aria.
Ai concerti, alle feste, ai funerali
per sfumare la tensione della morte
della vita, dei penosi giorni uguali.
E quante con gli amici, sbronzi
a contarci gli amori, le paure
a scornarci le idee.
Giovani caproni ubriachi
In cerca della sigaretta migliore.
Ce ne sono molte che mi mancano
Ma non ricordo affatto la prima
E neanche l’ultima, ricordo.

Amoureux solitaires

 

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Quando ero piccolo e precisamente all’età di sette anni, mi innamorai della copertina di un’audiocassetta. Il disco si chiamava Amoreux Solitaires e la bellissima ragazza ritratta era una cantante francese di nome Liò.

Vi renderete conto che data la differenza d’età e i problemi relativi alla geografia si trattava di un amore impossibile, ma proprio questa impossibilità faceva si che la mia passione fosse molto profonda anche se relegata nel reiterato rimirare platonico quel meraviglioso viso in copertina.

Ma io ero un giovane amatore impossibile, inarrestabile e ostinato e con una passione per le donne francesi.  Così, dopo qualche anno, si presentò davanti a i miei occhi un’altra donna meravigliosa ritratta in un quadro.  Si trattava di Victorine  – scoprii solo in seguito il suo nome –  protagonista del dipinto:  “Le dejeuneur sur l’herbe” di Edouard Manet.

Quella donna incredibile non mi toglieva lo sguardo di dosso era tutta nuda e proprio non voleva smettere di guardarmi; desiderava senza ombra di dubbio che fossi anch’io dentro al quadro. Mi stava dicendo con la sola forza dello sguardo: questi due qui al mio fianco non valgono nulla, adesso mi alzo, cammino verso gli alberi laggiù e tu mi segui facendo finta di niente. Poi ti riempirò di baci.

Da allora, tutte le volte che sono stato a Parigi, non ho mai mancato di andarla a trovare e di sentirmi dire le stesse, identiche cose. Ne sono sicuro, troverò la strada nel bosco, prima o poi.

 

Amoureux solitaires

 

Il primo amore fu di carta
sopra la coperta di un’audio-
cassetta la bella cantante
di amoureux solitaires guardava
ammiccante appoggiata al mangia-
nastri. Amavo gli occhi il naso
i capelli, l’amavo anche se
conoscevo solo il suo viso.
Una passione acerba, un po’
immatura lo confesso, poi
ne venne una vera, di tela.
Faceva colazione nuda
sull’erba di Manet e senza
togliermi gli occhi di dosso
dal centro del prato pareva
dicesse: vieni, sdraiati qui
accanto a me. Posso stringere
i fianchi agli amori di carne
e sentirne il profumo, ma lo
sguardo da amante di lei era
l’invito che nel tempo non è
cambiato, mai. M’aspetta sempre
al d’Orsay. Dal primo istante so
cosa vuole, cosa pensa di noi.

A lato della tomba di Oscar Wilde

 

Monsieur Papeil,

Un destino curioso l’ha portata a giacere a lato
della tomba di Oscar Wilde. Ad osservare muto
l’andirivieni di persone che ogni giorno
spendono un pensiero per lo scrittore
o sono solo curiose di vedere il suo sepolcro
stare qualche istante accanto a lui.

Monsieur Papeil,

I turisti affannati dalla salita del cimitero
cercando riparo dal sole, poggiano stanchi il loro culo
sulla sua pietra, oppure il gomito piegato a sostenere
la macchina fotografica per i sorrisi degli amici
dei parenti in posa, accanto alla tomba di Oscar Wilde.

Monsieur Papeil,

Chissà se in cuor suo si lamenta, come un condomino disperato
dalle noie del vicino, dal baccano, dal casino che lasciano
all’uscio gli ospiti del suo dirimpettaio, il Signor Wilde.
Oppure se ne sta tranquillo a pensare ai fatti suoi.

Monsieur Papeil,

Mi dispiaccio per lei, avrebbe potuto andarle meglio
quando scelse quel pezzo di terreno per le spoglie
della sua famiglia, della quale, non me ne voglia, ignoro la storia.
Qualcuno ha detto che la morte ci rende tutti uguali,
Monsieur Papeil.

Ma è la vita che ci rende diversi.
È la vita che ci ha reso mortali.

 

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MACAOpoetrySLAM: presente e futuro

 

Io e Davide Scarty Doc ci eravamo detti più volte che era giunto il momento di proporre un torneo di poetry slam a Milano. Pensavamo fosse fico collaborare con Macao e organizzare un evento che potesse dare visibilità alle differenti voci attive nel panorama della poesia orale incontrate nel nostro cammino.

Abbiamo invitato alcuni poeti e proposto un bando per sceglierne altri. La selezione finale degli slammer è stata pensata cercando di proporre al pubblico la scelta più ampia possibile tra generazioni differenti, sesso, tipi di scrittura, temi affrontati.

24 poeti provenienti da tutta Italia hanno condiviso i loro testi e le loro voci col pubblico accettando lo scomodo meccanismo della votazione, partecipando ad un gioco nel quale abbiamo deciso di premiare “il primo” e “l’ultimo” classificato con l’intento di dare un segnale chiaro contro la competizione e a favore del gioco.

La risposta è stata entusiasmante da subito; dagli invitati, dalle richieste di partecipazione ricevute, dal pubblico.

E ora possiamo dire senza ombra di dubbio che è stato un successo!

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Un’affluenza rara per un incontro di poesia auto prodotto, senza Festival o budget alle spalle; tre gare con una media di centosessanta persone ad evento ed una finale con più di duecento spettatori.

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I numeri non servono per tirarcela ma per capire che oggi è davvero possibile raccogliere una partecipazione entusiasta e coinvolgente attorno ad un evento di poesia. Si perché stiamo parlando di poesia. Non di un concerto o di uno spettacolo teatrale ma di un evento di poesia.

Volevamo dunque avvisarvi che non ci fermeremo qui!

 

Lavoreremo presto alla prossima stagione e potrete seguire gli sviluppi e il nuovo bando per partecipare sulla pagina di MACAOpoetrySLAM

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Facciamo dunque i dovuti ringraziamenti a tutti i poeti che ci hanno regalato le loro voci:

Ada Crippa, Eugenia Galli, Sergio Garau, Barbara Giuliani, Emanuele Ingrosso, Marko Miladinovic, Simone Savogin, Gianmarco Tricarico, Filippo Balestra, Arsenio Bravuomo, Alessandro Burbank, Francesca Gironi, Rebecca Maslowsky, Piero Negri, Alfonso Maria Petrosino, Enrico Pittaluga, Lorenzo Bartolini, Luca Bassi Andreasi, Matteo Di Genova, Andrea Fabiani, Mario Andrea Frighi, Davide Galipò, Francesca Pels, Ciccio Rigoli.

Un grazie a Manuela Casiraghi di Macao per avere creduto da subito al progetto, ad Andrea Piazza, impareggiabile notaio scelto a caso dal pubblico ad ogni appuntamento, ad Alberto Brevi per aver documentato l’evento con le sue fotografie e alla LIPS, la lega italiana poetry slam.

Agli sponsor che ci hanno egregiamente sostenuto:

SLAMcoworking

il primo Coworking di Milano dedicato all’editoria e allo spettacolo che ha messo a disposizione il premio per il primo classificato e per tutti i finalisti: un carnet di ingressi per utilizzare la scrivania, gli spazi e tutti i servizi connessi.

Minamoro

Mina gira per la città con la sua bicicletta per portare torte e dolci; offrendo il “biscottone”, fatto con l’impasto di venti biscotti, ha fatto felici gli “ultimi” classificati, o per meglio dire i poeti che non hanno conquistato il favore della giuria della serata.

Santeria Paladini 8

Che ha organizzato il Santeria open mic + secret guest, una serata di microfono aperto che ha ospitato uno dei poeta  in gara , la sera dopo ogni Slam di Macao, fornendo l’occasione di un reading agli slammer venuti da lontano per far conoscere la loro voce oltre i 3 minuti a turno previsti dalla gara.

Ci vediamo l’anno prossimo!

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