Leggendo Billy Collins

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A volte nella vita succede che sei talmente fortunato che riesci a incontrare uno dei tuoi maestri, anche se lui vive a New York e tu in Brianza. A volte poi hai ancora più fortuna perché questo maestro, una volta incontrato, non ti delude come spesso avviene.

Con Billy Collins, poeta statunitense, abbiamo in comune il fatto di aver smesso di fumare entrambi. Certo potete rispondermi che è una cosa un po’ debole per vantare un legame intimo con un’altra persona, ma non reagireste così se foste delle adolescenti che hanno sfiorato la sedia dove si è seduto tre settimane prima il tipo che a loro piace. Spero comunque che non siate delle adolescenti e per dirla tutta non lo sono evidentemente neanche io. Ma non divaghiamo.

Leggendo un libro di Collins, mi ha colpito questa poesia che si intitola The Best Cigarette (qui anche in versione scritta e tradotta ) che mi ha fatto venire subito voglia di scrivere qualcosa. Di scrivere la mia versione da ex fumatore. Non penso sia la migliore poesia che io abbia scritto, ma bisogna saper amare i figli anche se sono bruttini. Certo con questo non voglio dire che è una brutta poesia, anzi a lui è piaciuta. Ma forse me lo ha detto per farmi contento, pratica diffusa tra i poeti. E ci vuole poco a farmi contento. Va beh non divaghiamo di nuovo, eccola qui.

Reading B.C.

Non ricordo la primissima
forse era un emme esse al mentolo
o un toscanello italiano.
Ma, mmmmm quella della sera
e la prima del mattino
quando la bocca amara
era piena di fumo
che mischiava alla nebbia di Milano.
E quante dopo l’amore,
prima di lavarmi l’uccello.
Un giorno ne bruciai un pacchetto in poche ore
dopo aver saputo che lei
si era data ad un altro
un coglione.
Poi da studente, arrotolate nelle cartine
le sguainavo come spade.
Nei cortei di protesta
tracciavo decisi futuri
sferrando fendenti nell’aria.
Ai concerti, alle feste, ai funerali
per sfumare la tensione della morte
della vita, dei penosi giorni uguali.
E quante con gli amici, sbronzi
a contarci gli amori, le paure
a scornarci le idee.
Giovani caproni ubriachi
In cerca della sigaretta migliore.
Ce ne sono molte che mi mancano
Ma non ricordo affatto la prima
E neanche l’ultima, ricordo.

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Amoureux solitaires

 

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Quando ero piccolo e precisamente all’età di sette anni, mi innamorai della copertina di un’audiocassetta. Il disco si chiamava Amoreux Solitaires e la bellissima ragazza ritratta era una cantante francese di nome Liò.

Vi renderete conto che data la differenza d’età e i problemi relativi alla geografia si trattava di un amore impossibile, ma proprio questa impossibilità faceva si che la mia passione fosse molto profonda anche se relegata nel reiterato rimirare platonico quel meraviglioso viso in copertina.

Ma io ero un giovane amatore impossibile, inarrestabile e ostinato e con una passione per le donne francesi.  Così, dopo qualche anno, si presentò davanti a i miei occhi un’altra donna meravigliosa ritratta in un quadro.  Si trattava di Victorine  – scoprii solo in seguito il suo nome –  protagonista del dipinto:  “Le dejeuneur sur l’herbe” di Edouard Manet.

Quella donna incredibile non mi toglieva lo sguardo di dosso era tutta nuda e proprio non voleva smettere di guardarmi; desiderava senza ombra di dubbio che fossi anch’io dentro al quadro. Mi stava dicendo con la sola forza dello sguardo: questi due qui al mio fianco non valgono nulla, adesso mi alzo, cammino verso gli alberi laggiù e tu mi segui facendo finta di niente. Poi ti riempirò di baci.

Da allora, tutte le volte che sono stato a Parigi, non ho mai mancato di andarla a trovare e di sentirmi dire le stesse, identiche cose. Ne sono sicuro, troverò la strada nel bosco, prima o poi.

 

Amoureux solitaires

 

Il primo amore fu di carta
sopra la coperta di un’audio-
cassetta la bella cantante
di amoureux solitaires guardava
ammiccante appoggiata al mangia-
nastri. Amavo gli occhi il naso
i capelli, l’amavo anche se
conoscevo solo il suo viso.
Una passione acerba, un po’
immatura lo confesso, poi
ne venne una vera, di tela.
Faceva colazione nuda
sull’erba di Manet e senza
togliermi gli occhi di dosso
dal centro del prato pareva
dicesse: vieni, sdraiati qui
accanto a me. Posso stringere
i fianchi agli amori di carne
e sentirne il profumo, ma lo
sguardo da amante di lei era
l’invito che nel tempo non è
cambiato, mai. M’aspetta sempre
al d’Orsay. Dal primo istante so
cosa vuole, cosa pensa di noi.

A lato della tomba di Oscar Wilde

 

Monsieur Papeil,

Un destino curioso l’ha portata a giacere a lato
della tomba di Oscar Wilde. Ad osservare muto
l’andirivieni di persone che ogni giorno
spendono un pensiero per lo scrittore
o sono solo curiose di vedere il suo sepolcro
stare qualche istante accanto a lui.

Monsieur Papeil,

I turisti affannati dalla salita del cimitero
cercando riparo dal sole, poggiano stanchi il loro culo
sulla sua pietra, oppure il gomito piegato a sostenere
la macchina fotografica per i sorrisi degli amici
dei parenti in posa, accanto alla tomba di Oscar Wilde.

Monsieur Papeil,

Chissà se in cuor suo si lamenta, come un condomino disperato
dalle noie del vicino, dal baccano, dal casino che lasciano
all’uscio gli ospiti del suo dirimpettaio, il Signor Wilde.
Oppure se ne sta tranquillo a pensare ai fatti suoi.

Monsieur Papeil,

Mi dispiaccio per lei, avrebbe potuto andarle meglio
quando scelse quel pezzo di terreno per le spoglie
della sua famiglia, della quale, non me ne voglia, ignoro la storia.
Qualcuno ha detto che la morte ci rende tutti uguali,
Monsieur Papeil.

Ma è la vita che ci rende diversi.
È la vita che ci ha reso mortali.

 

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MACAOpoetrySLAM: presente e futuro

 

Io e Davide Scarty Doc ci eravamo detti più volte che era giunto il momento di proporre un torneo di poetry slam a Milano. Pensavamo fosse fico collaborare con Macao e organizzare un evento che potesse dare visibilità alle differenti voci attive nel panorama della poesia orale incontrate nel nostro cammino.

Abbiamo invitato alcuni poeti e proposto un bando per sceglierne altri. La selezione finale degli slammer è stata pensata cercando di proporre al pubblico la scelta più ampia possibile tra generazioni differenti, sesso, tipi di scrittura, temi affrontati.

24 poeti provenienti da tutta Italia hanno condiviso i loro testi e le loro voci col pubblico accettando lo scomodo meccanismo della votazione, partecipando ad un gioco nel quale abbiamo deciso di premiare “il primo” e “l’ultimo” classificato con l’intento di dare un segnale chiaro contro la competizione e a favore del gioco.

La risposta è stata entusiasmante da subito; dagli invitati, dalle richieste di partecipazione ricevute, dal pubblico.

E ora possiamo dire senza ombra di dubbio che è stato un successo!

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Un’affluenza rara per un incontro di poesia auto prodotto, senza Festival o budget alle spalle; tre gare con una media di centosessanta persone ad evento ed una finale con più di duecento spettatori.

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I numeri non servono per tirarcela ma per capire che oggi è davvero possibile raccogliere una partecipazione entusiasta e coinvolgente attorno ad un evento di poesia. Si perché stiamo parlando di poesia. Non di un concerto o di uno spettacolo teatrale ma di un evento di poesia.

Volevamo dunque avvisarvi che non ci fermeremo qui!

 

Lavoreremo presto alla prossima stagione e potrete seguire gli sviluppi e il nuovo bando per partecipare sulla pagina di MACAOpoetrySLAM

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Facciamo dunque i dovuti ringraziamenti a tutti i poeti che ci hanno regalato le loro voci:

Ada Crippa, Eugenia Galli, Sergio Garau, Barbara Giuliani, Emanuele Ingrosso, Marko Miladinovic, Simone Savogin, Gianmarco Tricarico, Filippo Balestra, Arsenio Bravuomo, Alessandro Burbank, Francesca Gironi, Rebecca Maslowsky, Piero Negri, Alfonso Maria Petrosino, Enrico Pittaluga, Lorenzo Bartolini, Luca Bassi Andreasi, Matteo Di Genova, Andrea Fabiani, Mario Andrea Frighi, Davide Galipò, Francesca Pels, Ciccio Rigoli.

Un grazie a Manuela Casiraghi di Macao per avere creduto da subito al progetto, ad Andrea Piazza, impareggiabile notaio scelto a caso dal pubblico ad ogni appuntamento, ad Alberto Brevi per aver documentato l’evento con le sue fotografie e alla LIPS, la lega italiana poetry slam.

Agli sponsor che ci hanno egregiamente sostenuto:

SLAMcoworking

il primo Coworking di Milano dedicato all’editoria e allo spettacolo che ha messo a disposizione il premio per il primo classificato e per tutti i finalisti: un carnet di ingressi per utilizzare la scrivania, gli spazi e tutti i servizi connessi.

Minamoro

Mina gira per la città con la sua bicicletta per portare torte e dolci; offrendo il “biscottone”, fatto con l’impasto di venti biscotti, ha fatto felici gli “ultimi” classificati, o per meglio dire i poeti che non hanno conquistato il favore della giuria della serata.

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Che ha organizzato il Santeria open mic + secret guest, una serata di microfono aperto che ha ospitato uno dei poeta  in gara , la sera dopo ogni Slam di Macao, fornendo l’occasione di un reading agli slammer venuti da lontano per far conoscere la loro voce oltre i 3 minuti a turno previsti dalla gara.

Ci vediamo l’anno prossimo!

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Mi piacerebbe dirvi una cosina

 

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Volevo dirvi una cosa.

Bisogna che la dica a qualcuno perché quando mi capitano delle cose belle poi sono cosi contento che devo dirle a tutti. Vi confesso che a volte questa attitudine può rappresentare un problema, ma del resto bisogna imparare ad accettarsi quando non si riesce a migliorarsi.

Sono stato invitato al Festival Internazionale di poesia di Barcellona e questa è una cosa davvero molto bellissima. Molto, molto bellissima.
È andata così: io ho mandato una mail molto gentile agli organizzatori con scritto: m’invitate?
E loro mi hanno risposto: si ti invitiamo.
Vi giuro, è andata così.

Il 16 maggio dunque, leggerò nel Palau della Musica che è un posto che se andassi al botteghino per fare il biglietto per entrare non mi ci farebbero mica entrare!

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Poi però ho scoperto un’altra cosa.

Ho scoperto che non ci sono tanti poeti invitati come immaginavo per un posto del genere; siamo solo in cinque. E poi ho scoperto che tra quei cinque ci sono solo due uomini. E infine ho scoperto che uno di questi due uomini è Billy Collins. Cioè Billy Collins. Salirò su un palco a leggere con Billy Collins.

Chi cazzo è Billy Collins?

 

La domanda è più che legittima per chi non si occupa di poesia, tanto più per chi non legge poesia moderna. Ma cercherò di spiegarvi come come mi sento, con delle similitudini:

Salire su un palco con Billy Collins è come per un fan dei film trash anni ottanta ricevere un invito a cena da Jerry Calà, è come se uno stercorario trovasse una cacca enorme nel prato, come fare l’amore con la pornostar che ha illuminato la tua adolescenza, fare una cantatina con Jim Morrison, una cannetta con Bob Marley, una biciclettata con Pantani, una strimpellata con Sting, la settimana enigmistica con Stephen Hawkings.

Insomma gli farò firmare un suo libro facendo finta che è per un mio amico, e quando mi chiederà il suo nome gli dirò: Paolo Agrati. Con la faccia più scema che ho.

25 Aprile

 

 
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Qualche anno fa sono stato a Sant’Anna di Stazzema.

Nell’agosto del 1944 i Nazisti, guidati da collaborazionisti fascisti, entrarono in paese.
Gli uomini si erano rifugiati nei boschi per non essere deportati. Le donne, i vecchi e i bambini rimasero nelle loro case sicuri che in quanto civili a loro non sarebbe capitato nulla.

Vennero uccisi in 400 e incendiati i corpi.
Con l’intento di annientare la volontà della popolazione, soggiogandola grazie al terrore. Nella piazza della chiesa furono seppelliti i cadaveri di 132 persone. Tra cui 32 Bambini.

Buon 25 aprile.

 

S. Anna di Stazzema

 

raggiunta la piazza il bruciore
diventa un fuoco e s’incendia
passeggiando nello spiazzo
dove i morti accatastati dove
soldati uncinati fino nelle coste
sventravano vite come se fossero
ostacoli al passo come erbacce
nel campo come pattume in un fosso
dal quale ancora battono il soffitto
per dire ci fummo ci siamo ci saremo
e di mancanza è pieno il borgo
il vento il bosco la panca nella quale
siedo per lasciare che il respiro calmi
se non le altre questa fiamma che ho
nel petto almeno lei almeno quella
almeno.

La distanza tra necessario e desiderio

 

Le cose hanno un valore che sfugge. Sfugge la relazione che c’è tra il tempo occupato dal lavoro e il denaro guadagnato e speso per ottenere un oggetto.

Quanto costa un oggetto in termini di impegno e qual è la soddisfazione reale che se ne trae?

Le cose stesse non valgono più molto. Gli oggetti esauriscono il loro compito presto per scarsità di qualità o perché più o meno coscientemente ci si stanca di possederli, inevitabilmente attratti dal nuovo. Il fascino devastante e ottuso del nuovo. Un’attrazione irresistibile verso qualcosa che il più delle volte rispetto al vecchio ha solo la banale e zuccherosa qualità della novità.

Chi può resistere allo zucchero?

Ci sono poi le follie pure; una volta davanti alla vetrina dell’ottico mi sono chiesto: ma che cazzo servono degli occhiali al titanio che durano mille anni, quando fra un paio d’anni vorrò sicuramente cambiare montatura per averne una diversa? Dureranno novecentonovantotto anni nella spazzatura, ho pensato.

E se intorno a noi tutto comincia ad avere poco valore allora ci abitueremo a dare poco valore a quello che ci circonda, comprese le persone o le azioni che compiamo.

Non si può pensare che l’esistenza sia a scomparti stagni. Seguendo questa logica tratteremo come una paio di scarpe anche le relazioni e tutto ciò che non concerne direttamente l’acquisto verrà risucchiato in questa logica perversa e confusa.

Qualche anno fa ho inoltrato la domanda per ricevere un assegno di disoccupazione. Avevo anche intenzione di vendere la mia macchina e acquistare un telefono di una certa marca. Mi sono accorto che il prezzo di entrambe era pari al mensile che lo Stato elargiva per sostenere il mio momento di difficoltà. Allora ho fatto una ricerca tramite alcuni siti che propongono indicatori di spesa e prezzi e comparano il costo della vita di svariate nazioni dalla quale è nata questa poesia.